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DELLA VITA SENTIMENTALE DELLE SARTINE



Il film “ Le amiche” di Antonioni, uscito nel 1955, ci presenta la vita di Clelia, première di un noto atelier romano alle prese con l’apertura di una nuova succursale della sartoria per cui lavora a Torino. Clelia ci appare una donna sorprendentemente indipendente ed emancipata rispetto allo standard dell’epoca, elegante e sicura di sé, ma da dove viene questa sua particolarissima condizione? 
Spesso le ragazze che andavano a lavorare giovanissime in sartoria venivano, in quest’occasione, per la prima volta in contatto con il cosiddetto “bel mondo”, assistevano alle prove abito che la première eseguiva su clienti molto spesso altolocate, borghesi o nobili, ed apprendevano l’arte di abbinare tessuti preziosi e consigliare la clienti sulle toilettes più adatte per una prima a teatro, una crociera, una serata di gala. 
Questo tipo di frequentazione rendeva più difficile il voler ritornare al proprio ambiente di origine una volta finito il praticantato. Inoltre, molto spesso, le sartine erano le compagne di scampagnata ideale per gli studenti fuori sede. Soprattutto a Torino, ma anche in molte altre città, i rampolli delle famiglie borghesi della provincia, mandati a studiare nel capoluogo, si intrattenevano la domenica e la sera con le ragazze degli atelier, più “accessibili” rispetto alle giovani borghesi, ma più eleganti delle operaie. 
Molto raramente una di queste affettuose amicizie sfociava in matrimonio, a causa delle diverse condizioni familiari degli studenti rispetto a quelle, spesso modeste, delle sartine.
 Il film “Addio giovinezza” di Ferdinando Maria Poggioli del 1940 descrive bene il mondo di tenere amicizie e goliardia che accompagnava gli anni giovanili delle sartine in una Torino d’inizio secolo, e la canzone “Piemontesina bella” del 1936 ben descrive i sentimenti dei giovani qualora erano costretti a lasciarsi a causa della fine degli studi e l’ingresso nella vita adulta, che vedeva ognuno ricollocarsi nel proprio ambiente d’origine.




 Dopo gli anni giovanili passati in compagnia degli studenti, per avere una propria famiglia le ragazze avrebbero quindi dovuto sposare un giovane operaio, o nei casi più fortunati un impiegato, e anche senza contare il cambiamento radicale di abitudini che questo comportava, si aggiungeva l’aspetto anche più deprimente di dover spesso lasciare il lavoro in sartoria, in quanto questo era ritenuto incompatibile con la vita di una buona donna di casa. 
Chi sceglieva la vita famigliare spesso finiva per svolgere il lavoro di sarta al proprio domicilio, nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla cura della casa e della famiglia, il che per molte risultava però alquanto frustrante. 



Esisteva però una seconda via, quella di non sposarsi affatto, continuare la vita in atelier e fare carriera, la Clelia del film “Le amiche”, tratto dal romanzo “Tra donne sole” di Cesare Pavese, è la rappresentante di questo tipo di scelta, quella del lavoro come professionista che rinuncia volontariamente ad una vita famigliare regolare. 
La conciliazione fra lavoro e famiglia era negli anni Cinquanta quantomai difficile, ma tanto più lo era per quei mestieri che spesso si trovavano a non avere orari regolari: si sa che anche oggi quando ci si trova in prossimità di una sfilata nelle case di moda il lavoro diviene febbrile, questo nelle sartorie accadeva anche più spesso, in più periodi nel corso dell’anno, in concomitanza con l’apertura della stagione teatrale ad esempio, o in primavera con la sfilza di cerimonie di vario tipo che da sempre accompagna l’arrivo della bella stagione. 
La gavetta della première era molto lunga, il mestiere piuttosto impegnativo e ricco di soddisfazioni, ma spesso il prezzo da pagare era quello dell’irregolarità affettiva, anche se compensato da una notevole emancipazione sociale ed economica rispetto alla condizione usuale della donna nell’immediato dopoguerra.

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