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QUESTIONI DI PLAGIO


Mi ero ripromessa che in questo nuovo blog non ci sarebbe stato spazio per le invettive, che invece erano una caratteristica di quello vecchio, che non avrei trattato di malcostume o di argomenti che mi provocano moti di bile e indignazione. L'atteggiamento di denuncia diventa semplicemente un tassello di un meccanismo che si autoalimenta: vedo qualcosa che mi disturba, ne faccio delle considerazioni e quella continua a vivere, panciuta e florida, anche grazie alle mie rimostranze. Parlare di altro, proporre altro, ma soprattutto FARE altro, rispetto al modello che provoca rabbia, è l'unico modo concreto per avere voce: la speranza è sempre quella di essere il piccolo sassolino che fa saltare l'ingranaggio che regola l'ordine "precostituito".
Facciamo conto che questa sia l'eccezione alla regola.

Provenendo dall'ambiente universitario, incappare nel plagio è prassi abbastanza comune: molte tesi sono maldestri tentativi di copia e incolla di scritti altrui trovati nel web, che gli studenti giustificano ingenuamente con "tanto la tesi non la legge nessuno" o con "chi vuoi che se ne accorga"; anche studiosi autorevoli spesso scivolano nel "vizietto" e inglobano nel loro lavoro materiale e pensieri di altri senza darsi troppa pena a rielaborarli o senza abbassarsi alla citazione se l'autore è meno referenziato di loro. 
Tutto questo mi ha sempre lasciata basita perché è un'azione che la mia mente non riesce a comprendere; essendo io una "citazionista", e credendo che certi ragionamenti, che io reputo fini ed emblematici, fatti da altri prima di me, siano lo scheletro portante del mio lavoro, ho sempre provato estremo godimento nel trovare materiale, che non aveva apparentemente attinenza con l'ambito specifico della mia ricerca, e plasmarlo e renderlo giustificato e funzionale al mio scopo. La storia umana è piena di menti più produttive e lucide della mia a cui io posso dimostrare la mia gratitudine citando, rendendo omaggio, e continuando a costruire pensieri su quello che loro hanno enunciato. Possedere un ragionamento non è come possedere un oggetto: è materia mobile e indefinibile che dovrebbe essere creatrice di ragionamenti successivi.

Nel mondo dei fashion blog la pratica del plagio si è radicata profondamente: capita spesso che i "furbetti" si approprino del lavoro altrui, qualche naif lo fa con lo spirito ingenuo dello studentello, chi occupa posti più alti nella scala della vanagloria del blogging con la disonestà dello studioso "autorevole".
In questi mese due volte sono incappata in atteggiamenti del genere. 
Il primo caso riguarda Anna, che proprio oggi ha lanciato il suo j'accuse ufficiale contro chi, oggettivamente, ha pubblicato grazie al suo lavoro (potete trovare qui tutti i dettagli, ampiamente documentati); il secondo, seppur con un'importanza e una portata di gravità minore, ha toccato direttamente me. 
Il mese scorso cercavo un mio vecchio articolo apparso anni fa su un magazine online: l'ho trovato incorporato a un blog senza traccia del mio nome e senza essere assolutamente citata. 
Fatto presente il caso alla blogger in questione mi sono sentita rispondere -con toni anche un po' seccati- che il magazine era diventato un blog personale e che questa trasformazione non aveva permesso di mantenere i credits. Quindi mi è stato chiesto se volevo che venisse rimosso o che gli fosse apposta la mia firma: ho lasciato libertà di decisione alla proprietaria, che mi ha assicurato che in serata se ne sarebbe occupata. Beh, è passato un mese e il mio articolo è ancora lì senza firma.
Il mio caso ha poco in comune con quello di Anna, il danno fatto a lei è di una gravità estrema, anche perché sia il suo testo che quello incriminato sono pubblicazioni cartacee che implicano costi e ricavi. Il mio è solo un mucchietto di parole perso nel web e nel tempo. 
In comune hanno l'essere vittima della brutalità di chi, probabilmente anche in piena coscienza della propria disonestà intellettuale, forte della vanagloria data dal capiente seguito raggiunto, si sente legittimato a saccheggiare le idee e la fatica altrui (sì, scrivere, studiare, dedicarsi alla produzione di pensieri richiede fatica).
Per concludere vorrei tornare sul concetto che il ragionamento non è un oggetto: chi se ne è illegittimamente appropriato crede, ottusamente, di possedere qualcosa in più, chi ha subito il furto, in realtà, si ritrova con niente in meno, perché il fatto di averlo prodotto lo rende padrone di esso per sempre.
Quindi, furbetti, mi spiace svelarvi questo terribile segreto: in verità siete poveri "come ieri"!

2 commenti:

  1. A me non è mai capitato che mi rubassero un testo scritto, però posso solo immaginare la rabbia e l'impotenza che ne scaturiscono, al pensiero che tutta la fatica fatta per scrivere una cosa sia poi 'vanificata' dal plagiatore, che si limita a metterci la sua firma e trattarla come se fosse farina del suo sacco.

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    1. Sicuramente è una violenza, ma è una violenza ancora maggiore se effettuata da chi la compie tronfio della sua posizione nella piramide della fama, convinto comunque di rimanere impunito. Come è successo ad Anna.

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