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UN TUBINO NERO



























Qualsiasi donna che si è mai trovata a cercare l'indispensabile tubino nero conosce questa storia.

È una storia fatta di lunghe peregrinazioni per negozi, d'estate e d'inverno, alla ricerca di un capo semplice, una ricerca, che data la sua ovvietà, è stata affrontata con leggerezza e anche un po' di noia: “un capo così basilare, quanto ci vorrà mai a trovarlo?”.
Ci si è immaginate entrare in un negozio a caso e con estrema facilità incontrare immediatamente l'abito che sarebbe stato futuro compagno di giornate di lavoro e, con pochi accorgimenti, di serate eleganti.
Ahimé, le cronache raccontano d'altro.
Raccontano di abiti vuoti in vita e stretti sui fianchi, cerniere che non salgono e spalle cadenti, di tagli vecchiotti e di difetti grossolani; e quando, per pura fortuna, si è riusciti a scovare il capo che veste perfettamente, spesso, questo è avvenuto in qualche catena low cost, e il tessuto talmente sintetico da mettere in pericolo l'incolumità personale, rischiando di prendere fuoco se avvicinato alla minima fonte di calore.
Questa storia la conosciamo tutte. E probabilmente tutte, di fronte alla frustrazione di non veder soddisfatte le nostre esigenze, abbiamo proferito l'emblematica invocazione: “AH, SAPESSI CUCIRE”.

Ho deciso di introdurre il primo post di questo blog tramite questo aneddoto, perché questa è un po' la mia storia e le storie vere, si sa, sono le più efficaci. Bulimica di shopping in gioventù, crescendo e raffinandomi, ho iniziato a porre attenzione al taglio, al tessuto, alla qualità. Se per i capi iconici, investendo una certa quantità di denaro, e diradandone l'acquisto ad un paio di volte l'anno, sono riuscita a trovare delle soluzioni, per quanto concerne tutto il resto del guardaroba le mie richieste si sono fatte così precise che mi è diventato impossibile appagarle.
La mia storia, probabilmente, è uguale a quella di molte altre amanti degli abiti, e ci tengo a fare questa precisazione: è l'essere amante dell'oggetto-vestito che porta alla forsennata ricerca del capo ideale; se si è semplicemente amanti della moda, quella spicciola, basta farsi un giro da Zara per soddisfare il desiderio.
Io la fatidica invocazione l'ho pronunciata innumerevoli volte, immaginando come sarebbe stato gratificante poter creare da me i miei vestiti.
E qui entra in gioco Sara.
Io e Sara ci siamo incontrate tre anni fa a Genova, all'Università, durante il concorso per il Dottorato. Mentre aspettavamo di sostenere l'esame orale, abbiamo subito attivato un rapporto di curiosità reciproca, perché entrambe appassionate a quel mondo complesso che viene sbrigativamente racchiuso dentro il termine "moda" -lei era già una professionista nel campo, io all'epoca gestivo una sorta di fashion blog-. Per motivi particolari, a distanza d'anni alcuni ancora mi risultano arcani, ci siamo trovate entrambe a portare avanti un progetto di ricerca nell'ambito dei fashion studies, concretamente legato al fare moda il suo, astratto e legato alle teoriche dell'immagine il mio. Fin da subito abbiamo capito che i nostri diversi approcci a questo ambito non erano motivo di contrasto fra di noi ma di arricchimento: in un certo senso il nostro era un completarsi.
Sara proviene da una famiglia del mestiere; da tre generazioni, la prozia, la mamma, e infine lei, mandano avanti una scuola di modellistica e confezione, una scuola che radica il suo metodo nelle tecniche nella tradizionale sartoriale. La Scuola di Moda Vezza, ad Alessandria, è una realtà dal 1947, che per decenni ha formato professioniste e aiutato a soddisfare i desideri di molteplici hobbiste.
Diverse volte, Sara, raccontandomi del suo amore per Genova, mi ha parlato di quanto le sarebbe piaciuto aprire una piccola succursale della scuola anche in questa città. Come si sa, le visioni spesso viaggiano a una velocità nettamente superiore al raziocinio e trascinano con esse le azioni. Il tempo di una cena, nella quale sono state scambiate proposte coraggiose e un po' scellerate, è stato sufficiente a farci comprendere che questa cosa potevamo farla, o almeno potevamo provarci.
Da subito abbiamo definito, trovandoci concordi, quella che doveva essere “l'idea drammatica” della nostra scuola: una piccola bomboniera, un luogo sospeso, dove poter apprendere i gesti del “taglio e cucito”. Lezioni semplici supportate da una metodologia consolidata in più di sessant'anni di mestiere: inizialmente i nostri corsi saranno essenziali e avranno come oggetto la realizzazione di un capo, scelto dall'allieva/o. 
Parallelamente questo blog, vuole essere un luogo dove poter parlare del nostro lavoro, non solo quello pratico della scuola, ma anche quello teorico inerente ai nostri studi. 
Il tentativo di dare un orizzonte alla nostra visione ha iniziato il suo viaggio; il tubino nero perfetto è già, per chi avrà il desiderio di accompagnarci in questo viaggio, quasi dentro al suo specchio. 

3 commenti:

  1. Finalmente vedo realizzato il sogno di Sara, splendida ragazza , insegnante ed amica. Non credo di riuscire mai a mettere il naso nella nuova sede, ma confido in splendide foto. Vi faccio tanti
    "in BOCCA AL LUPO" ed ho anche sentito la risposta... Buon lavoro e.....vi seguiroooooo. baci affettuosi Ester.

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  2. Crepi! Grazie di cuore per il tuo augurio!

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